Breve corso di scrittura critica (11): bibliografie e carriera

Sappiate che la maggior parte delle persone a cui invierete i vostri scritti non li leggerà affatto. Recensori compresi. Al massimo li sfoglieranno distrattamente e daranno un’occhiata all’introduzione. 

Guarderanno, invece, con attenzione la bibliografia per vedere se sono citati. E se non lo sono, potrebbero essere guai per la vostra carriera, e mi riferisco soprattutto a quella accademica se a leggervi è un cattedratico e voi siete ancora all’inizio o a mezza strada. Se però  fosse citato, voi correreste un pericolo maggiore di fronte ai critici più seri: apparire uno sprovveduto che con disinvoltura accosta scritti di Brandi, di Argan o di Cassirer con altri di nessun valore scientifico.

Ancora peggio sarebbe se la bibliografia fosse ragionata perché in questo caso dovreste arrampicarvi sugli specchi per non dire di certi testi inutili quello che tutti sanno ma non hanno il coraggio di affermare in pubblico.  

Ecco un altro motivo per evitare di scrivere le bibliografie. Ma questo vale, ovviamente, per i pavidi  e non per i coraggiosi. 

Se siete, infine, degli arrivisti, vi consiglio di copiare il metodo messo a punto da un mio simpatico amico il quale scriveva i libri a partire dalla bibliografia. Decideva, infatti, a tavolino e in relazione ai suoi obiettivi chi mettere e chi non mettere e il numero delle citazioni da dedicargli, secondo un metodo lottizzatorio che avrebbe fatto ombra a quello che in politica fu il manuale Cencelli. A questo punto, letteralmente, cuciva il libro addosso a queste citazioni. 

Non crediate che sia facile: per farlo a un certo livello occorre un’arte di scrittura sopraffina  anche se i risultati dal punto di vista scientifico sono quelli che sono. Posso però assicurarvi che il mio amico ha sempre trovato i fondi per far pubblicare i propri libri e ha fatto un’ottima carriera.
(LPP)