Breve corso di scrittura critica (5): il latinorum

Tra i flagelli dell’umanità un proverbio metteva il principiante di violino e il cafone che vuole parlare latino ( gli altri due erano la pioggia con il vento e  il monaco fuori dal convento). 

A ricorrere al latinorum, oltre a coloro che usano uno stile eccessivamente forbito, sono gli amanti delle citazioni in una lingua morta ( il latino, appunto, o il greco antico) oppure in una straniera. Evitatele perché, oltre ad infastidire il lettore con uno sfoggio inutile di erudizione, potreste , sbagliando un accento, una declinazione o una lettera fare anche una brutta figura. Come coloro che si ostinano a dire  “ i curricula”   al posto di “ i curriculum”, per far vedere che sanno di latino , ma dimenticano che in italiano i nomi stranieri non vanno messi al plurale: e difatti si dice  “i bus” e non  “i busses”,  “i file” e non i “i files”. 

Quando,  poi, si cita in una lingua straniera, a meno che non si tratti di parole talmente semplici da essere immediatamente comprensibili, e’ buona norma affiancare i brani con una traduzione in italiano, perché non e’ lecito assumere che il lettore medio conosca il latino, il greco o il tedesco. 

L’unica eccezione potrebbe essere per l’inglese che, oramai, si presuppone che qualsiasi persona di media cultura conosca. Ma ciò ovviamente vale solo se le citazioni non sono lunghe o complesse – quindi non slang, testi antichi o brani di poesia-  e se lo scritto e’ diretto agli addetti ai lavori e non ad un pubblico non specialistico. (LPP).