Breve corso di scrittura critica (6): fare fumo

Si scrive per dire qualcosa e chiaramente. Il critico è tenuto ad esprimere giudizi, a dare valutazioni.  Alcuni autori sembrano invece specializzati nel dire e non dire tanto che si può leggerli e rileggerli, senza capire il loro punto di vista.

In questa tecnica eccellono coloro che vogliono mostrare di aver molte cose da dire e solidi riferimenti culturali ma, allo stesso tempo, evitare di farsi nemici assumendo una precisa posizione su questioni controverse. 

Chi parla chiaramente , infatti, corre il rischio di urtare qualcuno che gli potrebbe essere alleato o utile nel perseguimento dei propri obiettivi, generalmente di avanzamento professionale o accademico.

La tecnica migliore per far fumo è rifugiarsi nell’astrazione, meglio se in principi del tutto generali, e nell’ambiguità delle parole.  
Se in un saggio si ricorda Vitruvio e il valore della solidità, della bellezza e dell’economia si e’ quasi certi di non sbagliare. Se poi ci sono tre o quattro citazioni latine l’aura professorale e’ garantita. Se infine si aggiunge un riferimento a un filosofo poststrutturalista si riesce a dare l’impressione di essere aggiornati e moderni.

Un buono scritto critico e’, invece, sempre concreto e circostanziato ed evita tutte queste sciocchezze. Chiarifica  i concetti ricorrendo alle esemplificazioni ed e’ sospettoso dei riferimenti esoterici. Quando ricorre a frasi del tipo “il ruolo conoscitivo del progetto”, “l’autonomia della disciplina” cerca sempre di spiegare in che senso le usa. 

Le parole, soprattutto quelle più astratte o quelle adoperate in senso metaforico, possono inoltre significare cose molto diverse: si pensi a come ognuno interpreti a modo proprio termini quali “storia”, “tradizione”, “innovazione”, “sperimentazione”, “architettura fluida”, “trasparenza”, “flussi”. La scrittura critica, per quanto possibile, dovrebbe essere monosensa e non polisensa: più vicina al rigore dell’argomentazione scientifica che alla vaghezza della mistica.  Perdersi tra le parole, per un critico, e’ più che uno sbaglio. E’ abdicare alla propria funzione. (LPP).